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Code is poetry – Cambio

Dove vai ? dove sei ? amore dei pensieri miei
dove vai ? dove sei ? amore come ti vorrei

cambio scarpe, cambio suole
cambio orario, cambio sole
cambio faccia, cambio fiore
cambio culo, cambio umore
cambio viscere e dottore
cambio aspetto e spettatore
cambio aria, cambio cuore
bum bum, bum bum

cambio, cambio anima
cambio, cambio fodera
cambio aspetto
cambio sesso
cambio adesso
cambio! che neanche io mi riconoscerò
cambio! i ricordi li cancellerò
quando cambierò proverò emozioni fresche e nuove
dimmi dove, dove, dove, dove, dove…

dove vai ? dove sei ? amore come ti vorrei
dove vai ? dove sei ? amore dei pensieri miei
cambio testa, cambio idea
cambio musica e platea
cambio lago, cambio mare
cambio liquidi e sudore
cambio pelle, cambio odore
cambio pesce e pescatore
cambio grido di dolore… bum bum

cambio, cambio anima
cambio, cambio fodera
cambio eccesso
cambio sesso
cambio adesso
cambio! che neanche io mi riconoscerò
cambio! i ricordi li cancellerò
quando cambierò proverò emozioni fresche e nuove
dimmi dove, dove, dove, dove, dove…

dove vai ? dove sei ? amore come ti vorrei
dove vai ? dove sei ? amore dei pensieri miei

niente muore, tutto si trasforma
hai l’istinto del lupo, segui la sua orma
segui la sua orma… cambia

(coro) cambio, cambio
cambia, cambia
(coro) cambio, cambio
cambia

Donatella Rettore "Cambio"

Ciao Mondo!

Solo un altro weblog targato WordPress

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è uno sporco lavoro

C’è gente che farebbe (e fa) di tutto per essere assunta.

Ho il problema contrario: oggi devo presentare le mie dimissioni.

Sto pensando a quello che non dovrei fare.

Listening to "Slave to the Wage" Placebo

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dumbo

Ogni mio buco per te era un orecchio pronto a raccogliere parole, racconti, sfoghi, confessioni, paure.

Me la sono guardata per bene un giorno.

Temevo che le grandi labbra avessero il complesso di Dumbo.

Usavi la tua proboscide come un pestello.

Per spingermi dentro le tue angosce, frantumandomi.

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succhiare i cazzi giusti

“Allora ti accompagno io alla macchina. Ci salutiamo dopo, no? Magari se ti va di parlare ci facciamo un’ultima birretta da qualche parte in zona uffici, ti va?”

Sì mi va di parlare e non so se ad averne bisogno è più lui o io. Temporeggio, ora non voglio pensarci. In auto parliamo della serata, spettegolando dei colleghi, ripercorrendo le fasi più divertenti della partita di calcetto aziendale. Lo guardo mentre guida, sicuro e pacato.

“Cristina-te la ricordi, no?- Ecco credo stia patendo il fatto che non siamo sposati forse pensava che con la nascita dei gemelli avremmo ufficializzato. Anni difficili: prima il lavoro in Africa con la petrolchimica, poi Inghilterra e Svizzera con la farmaceutica, non ero mai a casa, così, pur essendo una coppia molto aperta adesso che sono fisso su Milano fatichiamo quasi a sopportarci”.

Rallenta l’andatura, penso che non voglia lasciare il discorso a metà e quindi allunga i tempi per non interrompersi. Di tanto in tanto mi lancia un’occhiata per accertarsi che sia ancora vigile e accanto a lui.
Classe ’71, giovane dirigente in carriera, un passato in bilico tra ideali e compromessi: canne e centri sociali, cravatta e blackberry. Rispondo con qualche frase di convenienza, più che altro per studiare il suo profilo, le ciglia lunghe, i capelli corti e fitti.
E’ bello Francesco.
Taurino, modi gioviali e un sorriso ruspante. Mani enormi che accarezzano la tastiera del suo laptop, lingua tra i denti alla ricerca della cifra che non quaglia, braccialetto di cuoio che spunta dal polsino azzurro oxford. In lui convivono autorità manageriale e la leggerezza di un bambino sul seggiolino di una giostra, spinto in alto per afferrare la coda di peluche.

“Grazie del passaggio, Fra” mi avvicino alla mia auto “Figurati, era il minimo, senti… ma ce la facciamo a berci una cosa o hai fretta?”
Lo so, le premesse erano chiarissime. Mi butto. Forse ha davvero solo bisogno di sfogarsi.
“No, per me va bene, basta che Cristina non stia in pensiero a casa” “Ah guarda c’è un accordo tra noi, e poi l’hai vista anche tu al matrimonio del boss, è tranquilla, non c’è gelosia e i gemelli dormiranno già beati”.

Parcheggia, scende. Ci incamminiamo. Mi stringo nel giacchino e soffio l’alito caldo verso il cielo per vederlo gonfiarsi in una nuvoletta“Quante stelle! Domani sarà una giornata spettacolare!”

”Mi piaci.” Eccolo. Era tutta la sera che l’aspettavo.
Francesco mi scruta, le mani insaccate nel giubbotto, sorriso impacciato.

Per fortuna continua a parlare senza aspettare una mia risposta, ma si ferma obbligandomi ad un faccia a faccia “ho avuto tante colleghe, ma sei la prima con cui riesco a parlare e lavorare bene” Ah, era solo un apprezzamento professionale “e sei bella e mi sono sempre sentito attratto e…” credo di avvampare. In mente flash di Cristina che legge un romanzo a letto, da sola, i gemelli nella cameretta a fianco sognano tra lenzuola dell’uomo ragno. “E’ pazzesco, te lo dico, ma ho voglia di baciarti” Balbetto qualcosa. Francesco riprende la situazione in mano e cammina.

“Forse mi sbaglio ma mi pare che anche tu…mi chiami. Così, a pelle. ” Ha ragione. Fisicamente è un tipo che fa sangue, che come te ne rendi conto non riesci quasi a guardare più in quegli occhi grigi e lupeschi, per paura che ti divorino dentro. E’ persuasivo, la voce profonda che ipnotizza e ti calma.

Il bar è affollato di ragazzi che fumano, appoggiati alle auto parcheggiate in seconda fila. Troppo caos, proseguiamo verso il colonnato di una chiesa. Ancora in imbarazzo mi affloscio su un gradino del sagrato.
Non reggo la portata di ciò che mi ha detto. Io non sono come lui.
Francesco mi sovrasta anche se è accovacciato tre scalini più sotto, proteso verso di me. Mi prende il viso tra le mani, sorride. Sembra aver già calcolato la mia reazione.
Non fa pressioni, ma in modo suadente mi chiarisce quello che gli sta capitando. Mi calmo, rispondo, respiro.
Nel frattempo lui mi sfila le scarpe per carezzarmi i piedi.

Ci baciamo lì, sugli scalini, i piedi nudi poggiati sulla sua coscia. Le mani si fanno largo su per il giacchino affonda il viso e mi annaspa sul seno, sbuffando finché i suoi denti e la lingua non trovano un capezzolo. Si abbassa la zip dei pantaloni e con la pianta del piede un po’ infreddolito sento il suo cazzo, vellutato e tiepido, crescere e prendere vigore. Ridiamo, gli mordicchio le labbra, lo bacio sulle basette guidando la sua testa verso l’altro seno.
Il lampione tremulo mi ricorda che siamo davanti una chiesa, mezzi riversi su tre scalini, pelle lucida di saliva, guizzante fra strati di tessuto.

Mi nego, non sono molto convincente ma abbastanza ferma. E’ tardi, Francesco insiste e la sua voglia è così sincera e non filtrata da commuovermi. E’ aggrappato al presente con tutti i suoi ormoni, in fuga dalla vita monotona d’ufficio, più poeta che amministratore.

Ci alziamo, lo squadro dal mio metro e sessanta con il naso all’insù: ha un’aria risentita. L’ho deluso? Ci incamminiamo verso le auto.
“Aspetta.” sembra essersi ricordato qualcosa improvvisamente.
Lo seguo docile cercando di star dietro alla sua ampia falcata. In fondo mi spiace averlo tarpato, avergli detto di no, ma…”Ecco!” Il cancello laterale di un condominio. Un angolo ci accoglie, Francesco ride e mi bacia, mi cinge la vita con un braccio e armeggia con i pantaloni. Lo tira fuori: “Guardalo”.

E’ un signor cazzo, sì.
Rosa, glabro e allegro.

“Non ci torno a casa con la voglia io! Ti voglio troppo” mi sfida con un sorriso e inizia a menarselo. In spregio dei miei scrupoli, della mia codardia. Ha ragione, di nuovo. Me la sto facendo sotto, sto pensando troppo. Sono un’ipocrita e non mi lascio andare. Vorrei, ma ho paura e poi io…
Lo bacio, gli mordo una guancia, ha il fiato sempre più corto. Si tende come un elastico, gli occhi strizzati in uno spasmo, il fruscio sincopato del giubbotto. Lo sento venire.

Dopo un minuto, in cui la vulva mi pulsa e mi sale l’umiliazione per avergli fatto fare tutto da solo senza partecipare, ce ne andiamo. Mano nella mano. Lui comunque soddisfatto e masturbato io solo fatta dagli eventi e turbata. Francesco, davanti all’auto aziendale, mi sorride bonario, mi bacia, mi sistema il collo della camicetta. “Sei bella”. In quell’istante mi maledico per essermi truccata. “sei intelligente.” tiro un sospiro di sollievo.

“Non ti buttar via, non ti rovinare. Non farti usare, continua a sognare” E’ il Francesco padre che mi parla. Sale in macchina, abbassa il finestrino e mi allunga la mano, che stringo con gli occhi lucidi “Impara solo a succhiare i cazzi giusti”

Di nuovo a casa. Salva? Non lo so. Mi faccio cadere sul letto a gambe divaricate: in mezzo muscoli, che ancora si contraggono a spasmi ritmici in anelli di calore. Attorno ad un assorbente interno.


"La notte è lunga e sembra strano
noi continuiamo a guardare le stelle
ci son quelle luminose, quelle meno, quelle cantate
strano che siano le più belle
ma quanta strada c’è prima di poterti amare.

Dov’è che va, dov’è che va la vita
dov’è che vai tu, mi porterai con te…

…il cuore mio non c’è…
…adesso siamo soli…
…il cuore mio non c’è…
…gli ho chiesto un po’ di tregua…
…il cuore mio non c’è…
…adesso siamo soli…"

Occhi Notte Ivan Segreto

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black book

Ci sono volte in cui preferirei ricordarmi il tuo numero a memoria
Così, vedendolo a display, saprei di non risponderti

Ci sono volte in cui vorrei non ricordarmi i tuoi numeri a letto a memoria.
Per non aspettare invano la tua chiamata.

Listening to “What’s your number?" Cypress Hill

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primordiale

Raccolgo tue immagini
negli angoli della mia mente
Ti assaggio con i pensieri
Ho timore di un’ombra di veleno
Prevale la curiosità di scoprirti
Nutriente succo

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aggiornamento tango

Irrisolta: "Buonasera, avevo chiamato la settimana scorsa per delle informazioni sulle lezioni di tango"
Operatore: "Dica"
Irrisolta (impacciatissima, cornetta appoggiata sulla spalla e indici che si toccano rimbalzando): "Ecco, io… c’ho provato, ma non ho trovato nessuno che venga (e nel dire questo avvampo ma lui non lo vede) con me"
Operatore: "Ah, sì mi ricordo di te!" (madonnina siamo già così sull’informale?) "Aspetta che mi scrivo giù il tuo nome e un cellulare"
Irrisolta: "omissis omissis omissis"
Operatore:(scrib scrib): "Ok, tango princi" (princi?) "giovedì ore 22.15. Scarpa o sandalo con tacco, ma che sia comodo "
Irrisolta: "Sì ne ho diverse paia, ecco, ma… riuscite ad accoppiarmi?" (hodettounaporcata, figuradimerdissima, mannaggiaall’emozione! Sembro una chiuaua in calore che cerca il pedigree)
Operatore (trattiene ridacchiata a stento): "S-sì… ehm " (si ricomopone e torna serio) "ti ho inserito in quell’orario appositamente perché qualcuno di scoppiato c’è"

So già che all’ipermercato stasera spingerò il carrello compiendo otto passi, otto passi, otto passi…

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dicono che…

fare outing (in letteratura) è fuori moda

Quindi non chiedetemi più di scrivere un libro.

Sto lavorando alla sceneggiatura di film porno.

La trama? Inesistente.

Sarà una goduria.

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tango

Irrisolta: "Buonasera, vorrei delle informazioni riguardo ai corsi di tango argentino per principianti…"
Operatore: "Certamente, i corsi iniziano il quindici e il diciotto ottobre con le lezioni di prova, se mi dice i nomi vi metto in lista"
Irrisolta: "Ecco, ehm, se venissi da sola sarebbe un problema?"
Operatore: "Beh, uhmmm no.." sembra perplesso "diciamo che in qualche maniera cerchiamo di arrangiare la cosa, per non ritrovarci in numero dispari. Meglio se siete in coppia, ovvio"
Vaffanculo alla singletudine, una volta tanto.

Irrisolta: "Posso chiederle anche i costi di iscrizione e delle lezioni o dei corsi?"
Operatore: "Allora, sono trenta euro per l’iscrizione all’anno accademico…"

Ascolto tariffe, abbonamenti, informazioni, un po’ sovrappensiero. Meglio che non gli dica cosa mi ha spinta a chiamare la scuola di ballo. Meglio che nessuno sappia dei miei ricorrenti sogni in milonga, tra braccia di donna, strusciando gambe maschili in un triangolo sensuale.

Listening to "Triptico" Gotan Project

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